martedì 24 gennaio 2012

La leadership nell'arte


Da mesi sto cercando di capire le possibili relazioni tra l’arte in senso lato e l’organizzazione aziendale. Con il tempo, dovendo individuare un fil rouge di coerenza tra i miei vari interessi che li potesse spingere un po’ oltre la superficie del conoscere e li orientasse verso la costruzione ideale di una statua interiore ancora molto abbozzata e per lo più nascosta dalla materia, ho tracciato in modo più netto i confini dell’indagine, limitandoli a quanto l’arte possa dare e dire alla leadership.
Arte e leadership rimangono due termini vaghi, nonostante i miei novelli sforzi, e fastidiosamente abusati, talvolta in ircocervi lessicali che possono portare a pensare a un’immaginaria Arte della Leadership, rigorosamente in maiuscolo per chi ritiene d’esserne depositario. Meglio sarebbe parlare dei rapporti tra l’artista e il potere, ma non da intendersi come sudditanza dell’uno verso l’altro: non si tratta di analizzare il modo in cui l’artista magnifica il potente, ma di capire quale sia il vero potere dell’artista.

Chi crea un’opera d’arte deve essere innanzitutto libero di esprimersi, deve poter tirar fuori da sé il proprio modo di leggere la realtà esterna o interna, deve poter violare canoni espressivi, violentare il linguaggio, ricostruire il mondo secondo percezioni ed elaborazioni personali. Tuttavia ha bisogno di limiti, di ostacoli, di linguaggi comunemente condivisi da oltraggiare: non può spezzare le inferriate se in qualche modo non si sente messo in gabbia. E’ l’altezza dell’ostacolo che determina lo slancio per il salto. La libertà esige briglie da strappare, sennò perde tensione, abdica a qualsiasi funzione, si ritira in una meditazione che non è ricerca di un centro, ma fuga, timore, autosegregazione.
L’artista deve vivere continuamente il paradosso della libertà minacciata dai vincoli. Il potere dell'artista non è espressione di un ruolo, non è dato dalla grazia dello stato, non è una leadership che derivi da un organigramma o da un ruolo istituzionale: non è potere potenziale, ma potere potente e potuto. Si mostra attraverso la realizzazione artistica, è quindi potere in cui sostantivo e verbo si manifestano simultaneamente. 

Come egli esercita pertanto la sua libertà, in quali poteri si traduce, in che cosa diventa leader che guida l’orecchio o l’occhio degli altri? Il potere più visibile è quello di reinterpretazione della realtà attraverso le parole, le forme e i suoni. La tradizione cinese dice che il vero potere celeste è quello di dare il nome alle cose: l’atto di denominare e identificare crea la realtà, la costruisce secondo regole coerenti.
Nella tradizione occidentale, “In principio era il logos”, dice Giovanni, la parola creatrice, il pensiero, la logica divina che precede il mondo fisico. L’artista decostruisce e ricostruisce la realtà, la manipola, la modifica, ne enfatizza alcuni aspetti, celandone altri. L’artista crea visioni del mondo, le comunica, persuade, scandalizza. Skàndalon in greco è l’ostacolo, la trappola, l’inciampo e ha la stessa radice del sanscrito c’handa, che invece significa nascosto, coperto. L’etimologia sembra suggerirci che l'artista scandalizzi offrendo trappole al nostro modo di pensare, riveli ostacoli nascosti, realtà celate.

Nello scivolare – anche se non senza azzardi - lungo l’origine delle parole, ci rendiamo conto di un altro potere, più sottile, più nascosto e profondo: il potere metafisico dell’arte che porta i sensi a connettersi con una realtà non materiale, forse spirituale, con leggi fuori dal tempo: l’artista guida – leads to – verso la bellezza; è un medium tra la bellezza intesa quasi come concetto astratto, platonico, e la fisicità dello spettatore. Ha il potere della messa in relazione con i concetti puri, il superamento del velo di maya - l’apparenza - verso la sub stantia, verso la verità: la realtà non più nascosta, ma disvelata – alètheia – dei greci.
L’artista, in questa concezione che potremmo chiamare spiritualista, conduce verso la verità, ne è interprete e guida. Un potere immenso, straordinario e pericoloso: un potere che rimette in contatto con l’armonia mundi, con le energie della terra e del cielo, secondo la sapienza orientale; rimette in sintonia con i tempi, i colori, il divenire della natura, rende consapevoli di essere parte di essa e di contenerla tutta. E’ una consapevolezza ambientale in senso universale.
In una visione più laica, la natura della bellezza disvelata dal potere dell'artista, sembra consistere non già in un concetto statico, ma in una trama di regole che organizzano le proporzioni, definiscono la prospettiva, costruiscono simmetrie: un dinamismo filosofico, matematico e geometrico che si evolve con il tempo. L'artista ha la sapienza e la conoscenza delle regole della bellezza a un punto tale da sapere quando poterle violare e fare dell'asimmetria, della sproporzione, del difetto la cifra di una nuova idea di bellezza che non sempre riesce a essere  subito compresa. Federico Zeri riteneva che se avesse dovuto scegliere l'opera architettonica più bella al mondo, avrebbe indicato il Palazzo della Signoria di Firenze, perché pensato in violazione delle regole della simmetria eppure compiutamente armonico. Un'architettura finalizzata a rappresentare l'arte stessa del governare, la leadership politica, dove l'armonia è raggiunta attraverso l'adattamento e il dosaggio delle regole finalizzato - almeno idealmente - al bene comune. 

L’arte ha il potere di superare le nostre resistenze e di parlarci con un linguaggio anche a-razionale; ha la forza di insinuarsi e di diffondersi, come acqua e come aria, in tutto il nostro essere, sciogliendo la nostra individualità, integrando la nostra vita nel flusso incessante delle vite degli altri. E’ un potere che si lascia condividere, che non ammette esclusività, accessibile a chi si lascia accedere, che supera i piccoli domini materiali, le gelosie, l’esercizio inane del potere illusorio dei nostri ego. Va ben oltre il comando, la difesa dei diritti, i diversi interessi particolari; richiama con forza invece a una leadership plurale e convergente, centrata sulla consapevolezza del proprio essere nel mondo e sul recupero del noi celato dal nostro io.

mercoledì 11 gennaio 2012

Le verità alternative: un percorso eretico

Parliamo di eresia e di dogma cioè, nell'accezione comune, parliamo di certezze e di controcertezze. Tuttavia, se andiamo a ricercarne le etimologie, scopriamo agli occhi profani cose sorprendenti. La parola “eresia”, infatti, deriva da quella greca “airesis” che a sua volta deriva dal verbo greco “aireo” che significa “prendere”, “scegliere”. L’eresia è quindi etimologicamente una scelta: una scelta ideologica e di vita, non una controverità, ma un'altra verità.

“Dogma” invece deriva da “doxa”, “opinione”. Un dogma in origine era quindi un’opinione, tra le tante possibili, non una verità rivelata, non una certezza assoluta.

Se pertanto eresia vuol dire scelta e dogma opinione, significa che gli antichi greci coglievano nell’una e nell’altro un nucleo imprescindibile di libertà: la libertà di scegliere e la libertà di formarsi un’opinione. Eresia e dogma non erano in contrapposizione: rappresentavano solo opzioni differenti, declinazioni diverse della stessa libertà.


I fondamentalismi
E’ con la Chiesa che l’opinione, il dogma, diventa Verità con l'iniziale maiuscola, proveniente da Dio e quindi non tale da ammettere verità diverse; il Vero non può essere altro da quello che è, non c'è spazio per una pluralità di significati. Dogma diventa così sinonimo di verità assunta e incontrovertibile, mentre eretico è ritenuto qualsiasi tentativo di affermazione di una verità personale, soggettiva, collettiva o universale difforme dal dogma. Il primo comandamento viene assorbito nel dogma: “Non avrai altro Dio all'infuori di me” stabilisce che Dio, il Dio della Bibbia, è l'unico fondamento della verità. Chi conosce e fa sua – o pensa di conoscere e di fare propria – la parola di Dio, possiede la verità.

Con la Chiesa nasce quindi la contrapposizione insanabile tra chi cristallizza nel dogma la Verità e chi non lo accetta: si perde nei fondamentalismi la radice comune delle parole nella libertà, si dà origine allo scontro.
Ne vengono contaminati tutti campi del sapere, anche quello che dovrebbe essere il più antidogmatico: la conoscenza scientifica. Al dubbio, all'opinione, agli interrogativi, si sostituiscono la verità, la certezza, gli esclamativi. Il metodo scientifico diventa unica prova di realtà: se un fenomeno non è scientificamente accertato non è considerato vero, al di là anche delle più comuni evidenze. Con il nuovo dogma scientista si perdono i saperi umanistici, le conoscenze sapienziali, il mondo a cavallo con la filosofia, esoterico, cabbalistico, il mondo del vero sentire, dominato dalle menti neoplatoniche più raffinate e colte, ben lontano da certa ciarlataneria attuale. Ci vorrà il filosofo Feyerabend nel XX secolo per svelare la debolezza del metodo scientifico, la sua costruzione artificiale, per asserire come spesso sia il caso a governare la scoperta scientifica.


L'idea


Per queste e altre ragioni, in collaborazione con l'associazione Commonlands penso possa essere stimolante organizzare un evento (o magari più d’uno) che abbia come tema il contrasto tra il pensiero dominante – il dogma – e i pensieri alternativi – le eresie. Vorrei pertanto non limitare lo sguardo al solo aspetto religioso, ma prendere in considerazione altri campi del sapere e persino aspetti tratti dalla vita di tutti i giorni.

Gli spunti saranno presi da grandi “eresie” in senso lato, che hanno aperto nuove strade della conoscenza e dell'esperienza.
L'incontro o gli incontri si potrebbero tenere in un luogo caratteristico dal punto di vista storico, culturale o simbolico e, in tale contesto, affrontare alcuni casi di “eresia”, con l'aiuto di esperti e con la partecipazione attiva del pubblico.



Gli stimoli per la mente
Ecco alcuni tra gli stimoli eretici a cui ho pensato e che mi sembrano particolarmente intriganti; li elenco in puro disordine, come tanti colorati mattoncini Lego da scomporre e ricomporre in nuove affascinanti geometrie e funzioni:
  • La figura di A. Olivetti e la sua impresa: investimenti vs tagli dei costi in tempo di crisi. 
  • Il Dadaismo e il Surrealismo nell'arte contemporanea.
  • La Tarte Tatin: un dessert nato sbagliato. 
  • Eresie gastronomiche: la frittura al glucosio e la mantecatura con azoto liquido; la cucina molecolare di Hervé This (con ricette!). 
  • Steve Jobs, una vita a giocare a “Lascia o Raddoppia?”. 
  • Isaac Newton, fisico e teologo contro la Trinità.
  • L'integralismo di Gandhi e la guerra non violenta. 
  • L’umanesimo: l’uomo che si fa dio. 
  • La banca dei più poveri: Mohamed Yunus e la Grameen Bank. 
  • Il Piaggio MP3: lo scooter a tre ruote. 
  • Il paradigma di Kuhn e il contrometodo di Feyerabend.
  • L’Alzheimer, la clinica senza farmaci e la Wii. 
  • La cupola del Brunelleschi: perché non cade? 
  • La riforma della psichiatria nella geniale follia di Basaglia. 
  • Il cinema di Luis Bunuel e i pugni nello stomaco del conformismo. 
  • Caravaggio, criminale, innovatore, postmoderno. 
  • Sun Tzu, l'Arte della Guerra e il weiqi: la tradizione altrui, un'eresia per i nostri strateghi. 
Molti altri potrebbero essere gli stimoli, il mio elenco ha preso forma attraverso un semplice criterio impressionistico che tuttavia confido possa arricchirsi soprattutto coi vostri contributi. 

martedì 13 dicembre 2011

Il padrone di casa

Era un tipo simpatico, cordiale, accogliente. Sicuro della buona impressione che faceva; attento a non essere inopportuno, ma alquanto generoso nei gesti. Era di una cordialità a cui non ci si poteva sottrarre, non prevedeva rifiuti; lui aveva stabilito le regole, anche quelle della cortesia, e io ero nella sua tana, prigioniero della sua buona educazione da ricco borghese. Aveva il piglio di chi ti vuole istruire, educare, come certe donne che pensano tu possa essere argilla tra le loro mani. Dicono di stimarti, apprezzarti, persino volerti bene, ma non vai mai bene così come sei: ti aggiustano, ti modificano, ti rendono più adatto alla loro immaginazione. Torni a essere il bambolotto di quando erano bambine, da accudire, vestire, lavare, rimproverare e portarsi a letto, finché non trovano che occupi troppo spazio anche lì e finisci in un cesto con altri giochi o nel cesto della loro peggiore amica.


Così il mio ospite aveva succhiato la mia libertà e l'aveva riposta nel decanter dove riposava un pregevole Bordeaux, non un grand cru, sarebbe stato un gesto volgare, esibito, non degno del ritratto di se stesso che stava incarnando; del resto non ci eravamo mai incontrati prima, non avevamo ancora avuto il piacere di conoscerci, come avrebbe detto lui.
C’era nel suo sguardo, ma soprattutto nel tono di voce, un’ombra inquietante, qualcosa che egli lasciava sapientemente sfuggire da un controllo non meno oppressivo di quello che esercitava sui suoi invitati. Era la sua esca; sapeva che solo coloro che avessero provato il disagio di accorgersene, avrebbero meritato di accogliere la sua lenta e paziente tortura, quel sapiente ed erotico assaporare a piccoli sorsi la loro anima.
Delia ne era stata conquistata, lo conosceva da tempo, e io non capivo se lo sfilamento della mia libertà fosse solo gelosa competizione. Lei non coglieva quell’ombra malvagia, per lei erano sfumature di eleganza, buone maniere modellate da viaggi, frequentazioni e letture di cui io non avevo mai goduto, stretto nelle mie precarie risorse e che Delia riteneva invece di poter esigere dalla vita, attendendone l’occasione.

A lui non interessava Delia, era una preda troppo facile, come quelle fagianelle che vengono lasciate volare nelle riserve affinché i soci dal fiato corto le possano cacciare con tutta calma, dare una ragione a tutta l’umidità che i loro reumi hanno collezionato e sedersi finalmente a tavola a raccontare dell’Ungheria, dei cinghiali spagnoli, delle oche canadesi delle cento spedizioni di quando non c’erano freddi né fatiche a impedire di riempire i loro carnieri. No, ero io l’animale da catturare e far frollare, mi stimava intelligente e colto molto più di quanto io non fossi grazie alle sciocchezze che certamente Delia gli aveva raccontato: lei mi considerava un uomo di talento, ma un fallito; un fallito tanto più biasimevole quanto maggiore era il talento che riconosceva in me e che giustificava il fatto che si facesse vedere in mia compagnia anche quando eravamo da soli e nessuno poteva in verità vederci. L’ambita preda ero io e lei stessa avrebbe goduto nel vedermi catturato da un uomo così diverso da me, così vicino alle sue aspirazioni, così somigliante a quello che avrei potuto essere - e forse avere - se non fosse stato per colpa mia e per la mia inconcludenza.
Fu a quel punto che non mi volli trattenere. E tra lini, cristalli e porcellane, dalle viscerali profondità dell'anima mi liberai "buono, Lucio, questo vinello", fingendo di soffocare un leggero ruttino"...

martedì 6 dicembre 2011

Il Quizzone


"Signora buongiorno. Siamo della televisione; oggi e' proprio la sua giornata fortunata, sa? L'abbiamo estratta come concorrente da casa del nostro Quizzone. E' contenta? Brava signora. E' pronta?".
"No, mi scusi, non e' il momento. Mio marito sta molto male".
"Benissimo signora! Allora sbrighiamoci, facciamo in fretta nel caso le servisse un aiutino proprio da lui...! Come si chiama suo marito, Guido?"
"No, si chiama Sergio. Ma guardi non e' il caso...".
"Sergio ha detto? E' sicura signora che si chiami Sergio? Non vuole cambiare idea? Ha ancora una risposta di scorta, se vuole...”
“Sì, si chiama Sergio e sta male, Sergio mio”.
“Che peccato signora, un vero peccato. Se avesse risposto “Guido”, avrebbe vinto il nostro premio speciale "vinci con Guido", una magnifica cassa da morto zincata Foppa Pedretti a forma di cabriolet. E' ancora li' signora? Presto signora prima che scada il tempo e Giorgio, cioè... Sergio, l'abbandoni! Ce l'ha la risposta? Ci dica chi conduce il bellissimo show del sabato sul canale nazionale. Chieda a suo marito, a Sergio, non perda tempo!".
"Un attimo, un attimo. Proprio ora. Sergio, Sergiooo... Sergio, ahhh!!! E' morto, il mio Sergio! Sergio, parla Sergio! E' morto... Dio, è morto...".
"Ma che peccato signora mia, troppo tardi! Sergio, anche tu, aspettavi un momento e facevi vincere a tua moglie due sedute gratuite di chemioterapia – pensi signora - al San Raffaele di Milano. Davvero un peccato. Vabbe' per consolazione le regaliamo un buono sconto per due persone per la sua cremazione. E' contenta? Brava signora! Ciao Sergio, sarà per la prossima volta, riposa in pace. E, mi raccomando, continuate a seguirci. In palio, come sempre, ricchissimi premi!"
“Sergio, Sergiooo, oh Dio!!! Sergio... lo show del sabato... magari tu lo sapevi, Sergio, parla..." 

lunedì 5 dicembre 2011

Regalati un sorriso

"Non farti vincere dall'egoismo e anche tu "Regalati un sorriso", contribuisci all'istruzione dei bambini del Sud del mondo; investi nella loro formazione professionale. Piccoli saldatori, fonditori, addetti agli scarti chimici, intagliatori di alberi da gomma, scavatori d'oro nelle miniere, abili scalatori di montagne di spazzatura, piccole portatrici d'acqua, badanti, massaggiatrici. 


Garantisci un lavoro a tutto questo capitale umano che non ha l’opportunità di potersi esprimere: smetti di indugiare e compra anche tu un rene da un bambino povero. Sarà l'investimento del tuo cuore: lo potrai conservare, usare o addirittura rivendere a prezzo maggiorato a chi ne avesse più bisogno di te e coi guadagni fare magari un altro acquisto solidale. Regala e regalati un sorriso, fai un gesto generoso per tanti piccolini cui è stato rubato il futuro. Fallo ora, basta un clic su www.loveandkidneys.com. 
Per Natale, non farti scappare le meravigliose confezioni regalo fatte a mano dai nostri bambini."

mercoledì 30 novembre 2011

L'uomo e la poltrona

Oh, che peso... pfff, mi fa reclinare il mento sul petto, le guance elastiche immobili; non ho mai avuto la pelle della faccia cosi pesante. Un’ espressione fissa, come assopita, un innaturale turgore, idropisico. Le gambe ormai cilindri calcificati, esangui. Sto incorporando me stesso, in uno spesso, acromatico amorfismo, come formaggio che, fuso, raffreddato rapprende. Mi sciolgo in un’unica massa grassa con la poltrona su cui mi spalmo, comodo. Non filtro aria, sono diventato una cosa, liscia, lì nell'angolo, tra gli scaffali dei libri e la gente che passa e si ferma. Una ragazza ne prende uno, distratta, magra, flessuosa, mi guarda e si siede su di me. Prendo lentamente le sue forme, ricalco le pieghe del suo abito corto di maglia leggera; la avvolgo inerte mentre lei sprofonda silenziosamente nella mia materia densa. Legge e soffoca dolcemente e sparisce in me. Seduto davanti a scaffali pieni di libri, la gente che passa e si ferma, morbido, stanchissimo, avvolgente assassino.

lunedì 8 agosto 2011

Parla come mangi: il gusto delle parole

L'italiano senza ortografia è come le note senza le pause: non ne nasce musica. Talvolta penso che avesse ragione quel professore in pensione che in un racconto di Sciascia - magistralmente interpretato al cinema da Volontè - diceva a un tronfio Procuratore della Repubblica che "l'italiano non è l'Italiano, l'italiano è Ragionare".

G. Volontè, "L'italiano è Ragionare" (L. Sciascia)

Ho amici tuttavia che l'italiano lo masticano poco, che non hanno avuto una significativa istruzione formale, ma che ragionano benissimo, con sottigliezza, originalità e acume. Forse l'avvertimento di Sciascia è per coloro che pomposamente l'italiano credono di conoscerlo. Una cosa è infatti fare errori formali quando si hanno gli strumenti intellettuali per non farli, un'altra è farli per mancanza di istruzione. Nel primo caso avrò a che fare con la sciatteria del somaro, il pressappochismo dell'arrogante; nel secondo ho a che fare con qualcuno da cui magari posso comunque imparare qualcosa.
La mia nonna (classe 1896) aveva la quinta elementare, ma aveva il cervello fino e le piaceva leggere e ascoltare la radio. Seguiva il canale retoromancio, perché le ricordava il suono del dialetto dei suoi nonni, facendomi capire che anche la pronuncia dei nostri dialetti ambrosiani è molto cambiata nei decenni.
Quando cercava di parlare in italiano (lo faceva di rado e solo per rispetto di un interlocutore a cui si sentiva inferiore per istruzione) faceva un po' ridere, spesso si prendeva in giro, ma non diceva banalità: parlava di guerra, di fame, della Patria (per lei rigorosamente con la lettera maiuscola) a cui aveva dato oro e pentole di rame, della bellezza del lavoro nei campi e della fatica e amava parlare della morte, del dopo, del "e se sono tutte balle e non c'è niente?". E' morta a 95 anni. Ho passato insieme a lei molte estati fino alla fine: mi ha dato molto più dei libri che ho studiato e degli insegnanti che ho avuto: di Maestri purtroppo non ho mai avuto la fortuna di conoscerne, né sul lavoro né fuori.

Anch'io però ho la sindrome della maestrina con la penna rossa e non sopporto il "qual'è" scritto con l'apostrofo - con buona pace di Tobino e di tutti gli altri toscani - per non parlare di quando accompagna l'articolo indeterminativo maschile o di quel maledetto "pò" che non è neanche un fiume. Non sopporto neppure che si cominci una frase - come ho fatto quattro righe fa - con un "anche", una congiunzione, un avverbio. Pretendo la maiuscola per i nomi propri, per quelli dei miei amici, dei semplici conoscenti e pure dei miei nemici. Che senso avrebbe altrimenti insistere tanto sull'importanza delle persone, del “capitale umano”, se poi i nomi delle stesse li scriviamo in minuscolo? Lascio libertà di scelta per papa e dio che io preferisco scrivere minuscoli per una mia personale forma di integralismo religioso. Perché (con l'accento giusto) la forma è sostanza anche senza scomodare Norbert Elias e tutti quei sociologi lì. E quando la forma non è sostanza (sì, inizio con una bella "e", perché sto dando enfasi), non è neppure forma, ma solo una vuota caricatura della stessa. E' far roteare il bicchiere per far credere d'essere un intenditore di vino.

Tuttavia la lingua vive attraverso le persone che la usano, non si riduce né alla cristallizzazione lessicale né alla sua etimologia: l'”epperò” di Carlo Bo per dire “e perciò” era un vezzo ottocentesco e forse anche una carloboiata. Il significato etimologico inoltre è solo una radice, non comprende tutta la pianta e tutti i frutti che essa può dare. Non ho mai amato D'Annunzio, ma la sua capacità di inventare parole era straordinaria. E così per la forgia letteraria del Gadda e per... il Villaggio. Fantozzi è un capolavoro lessicale: lo “spigato siberiano”, la “mutanda ascellare”, il “megadirettoregalattico”, l'uso originale delle iperboli, la “molta lagunarità” di Venezia, i falsi congiuntivi che tra “venghi”, “facci” e “vadi” sostituiscono alla natura dubbiosa di quel modo, la certezza della volontà di un'ascesa sociale, l'accesso riservato al modo esclusivo di riconoscimento delle classi colte.


Pignoleria e pedanteria fanno molto piacere quando appartengono al neurochirurgo che ci opera al cervello o al pilota dell'aereo sul quale stiamo viaggiando. Il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli e confonde i contesti. E' però la mancanza di coerenza tra quel che si dice, come lo si dice e quel che si fa che mi disturba assai di più delle sgrammaticature. Se si è fuori dalla sala operatoria e non si sta volando, la sciatteria dell'anima è ben più dannosa di quella del pensiero,

Walk the talk” è una bella espressione angloamericana non tanto dissimile dalla nostrana "parla come mangi". Io interpreto quest'ultima in modo personalissimo e interessato: mangiare bene per parlare bene. Pensare e dire parole gustose, chiare, croccanti, genuine, talvolta delicate, ma, quando occorre, ben sapide o piccanti. In ogni caso, che non manchino mai né di sale né di pepe, sennò è assai più saporito il silenzio. Soprattutto che siano parole nostre, fatte da noi, che raccontino la nostra storia, le nostre abilità e le nostre lacune, i nostri pochi pregi e i molti difetti e non invece acquistate surgelate e riscaldate al microonde.

Mi affascina pensare che le parole nascano dal dialogo, dallo scambio, prendano forma, si colorino, acquistino nuovo significato proprio attraverso la conversazione che ne fa da incubatrice. I pensieri si alimentino, le idee comincino a camminare anche solo per fare il giro del tavolo, gli ascolti si incrocino, i silenzi giungano nel medesimo istante, qualcosa accada di molto profondo: una condivisione, uno scambiarsi gli abiti. Ecco che le parole cominciano a scriversi nelle anime, calligrafie indelebili che a distanza di anni, di esperienze, di vita, di lontananze rimangono reciprocamente leggibili, significati che il tempo non impoverisce.

Approdi sicuri quando anni di misero chiacchiericcio ci portano al naufragio.